
La necessità di ridurre le emissioni in atmosfera per ridurre l’inquinamento è una necessità incontrovertibile sulla quale solo qualche negazionista della Shoah può non trovarsi d’accordo.
Al di là dell’inquinamento da fonti di produzione industriale, il traffico di auto e mezzi pesanti contribuisce in gran parte alle emissioni.
La soluzione sembra essere fissata nella UE, con lo stop alla vendita di auto con motori a combustione, benzina, gasolio, metano, i così detti veicoli endotermici, nel 2035.
Certo, questo potrebbe contribuire a una parziale soluzione del problema, ma , anche se l’alimentazione elettrica fosse la strada maestra, nonostante i problemi di autocombustione di batterie al litio e di successivo smaltimento una volta esauste, qual è la strada per arrivare al 2035 e per gestire gli anni successivi?
Dai dati dell’ ACI emerge che il parco auto circolante in Italia, oltre 40 milioni di autovetture, è costituito per oltre un terzo da veicoli di categoria inferiore o uguale a Euro 3, immatricolate quindi prima del 2006 e prive di filtro antiparticolato. Quasi il 10% del circolante è stato immatricolato prima del 1993, quindi Euro 0. In Campania la percentuale di auto con oltre 30 anni sale al 17.5%.
Dai dati ACI del 2022 appare inoltre che le auto ecologiche costituiscano meno del 10% del circolante er quanto riguarda GPL e metano, 3,9% siano le ibride, solo lo 0.4% le elettriche.
L’Italia è il fanalino di coda per numero di auto elettriche circolanti, 118mila, contro le 618mila della Germania, che ha un circolante procapite più basso, i 465mila della Norvegia e i 402mila della Francia.
Ora, considerati questi numeri, pensiamo davvero di poter arrivare in Italia a vendere solo auto elettriche nel 2035?
Ammesso di riuscirci, nonostante una infrastruttura di ricarica che fa fatica a decollare in Italia e che è essenziale alla diffusione del sistema, pensiamo davvero che un parco auto esistente così obsoleto possa essere rapidamente sostituito da automezzi elettrici che oggi costano non meno di 35mila euro?
La risposta non può che essere no. Ci troveremo in una situazione in cui ci saranno un circolante di auto acquistate prima del 2035 pari a non meno dell’80% e, forse, nel giro di qualche anno, con una percentuale di auto elettriche vicina al 20%, per non parlare dei veicoli commerciali e del traffico su gomma non sostituito dal trasporto ferroviario a basso inquinamento.
Ma può essere davvero questa la soluzione del problema? No, non lo è, e facciamo finta di non vederlo.
La direzione nella quale ci si deve muovere non può che essere la riduzione del circolante auto, della quale è difficile parlare in un paese le cui politiche economiche si sono sposate per decenni con un gruppo industriale automobilistico e in cui il possesso di una auto costituisce ancora uno status.
L’Italia vanta un primato europeo di numero di auto pro capite, 663 auto per 1000 abitanti, e si badi bene che il campione è costituito dal numero totale di abitanti, quindi compresi i minori che non possono né possedere né guidare un auto. Corrisponde a un auto per ogni patente.
Siamo secondi solo al Lussemburgo, con 681/1000, ma il cui primato è determinato non solo dalla importante ricchezza pro capite, ma anche dal fatto che molti transfrontalieri che lavorano in Lussemburgo registrino per motivi fiscali le auto in quel paese.
La Germania ha 574 auto per 1000 abitanti, l’Austria 562. Nei centri più importanti e popolati il numero scende ancora, Berlino città Land ha solo 337 auto per 1000 abitanti. Ciò vuol dire che una famiglia tipo di 4 persone possiede una sola auto e che molti single o dink non la usano.
È necessaria una rivoluzione culturale, sociale, urbanistica, che ribalti il concetto di mobilità diminuendo la necessità di possedere un auto. Si deve passare dal garantire il possesso di un auto per per raggiungere il posto di lavoro al garantire il raggiungimento del luogo di lavoro attraverso un sistema di trasporto efficiente. Certo, anche in questa direzione è necessario demolire il concetto di auto-status.
Come? La creazione di reti ciclabili urbane e di collegamento tra città e periferia diventa fondamentale. Lo dimostra il grande sforzo che stanno facendo in questo senso grandi città europee, soprattuto Parigi, dove anche grazie al tempo mite tutto l’anno la bicicletta può rappresentare un mezzo di spostamento tutto l’anno. Berlino e Copenaghen sono già molto avanti in questo da anni e, nonostante climi più freddi si gira in bicicletta tutto l’anno e, durante i periodi più freddi, le ciclabili sono le prime a essere raggiunte dai mezzi spargisale.
Le reti ciclabili devono disegnare percorsi semplici, agili, più brevi di quelli per lo spostamento in uguali distanze in auto. Devono essere sicure, con impianti semaforici dedicati e protezione delle corsie, per consentire l’uso anche a genitori con uno o più bambini sui cicli dedicati o sui carrelli appendice.
La nuova urbanistica deve progettare città con hub di scambio tra trasporto pubblico e parcheggi e noleggi di biciclette, anche a pedalata assistita, luoghi di sharing auto.
Certo, per raggiungere questo risultato deve essere scoraggiato l’uso della propria auto, soprattutto quando non ecologica. È di questi giorni la notizia dell’introduzione della ULEZ, Ultra Low Emission Zone, a Londra, che esclude gran parte dei veicoli a motore termico, salvo il pagamento di 12 sterline al giorno, Un costo di certo superiore a quello dell’uso dei mezzi pubblici.
Anche Milano si è dimostrata molto coraggiosa, introducendo una vasta Area B, dove è assolutamente vietato il traffico ai veicoli già inquinanti, quasi tutti quelli a gasolio. Qui non è nemmeno previsto il pagamento per l’ingresso a questi veicoli.
Rimane il problema del costo molto elevato di un auto elettrica nuova, non accessibile da gran parte delle famiglie. L’alternativa potrebbe essere quella di noleggi a breve e lungo periodo, comprensivi dei costi per la ricarica di energia, anche di veicoli fine del primo ciclo di noleggio, considera l’alta percorrenza di cui sono capaci i motori elettrici, molto più longevi di quelli termici.
Una prevedibile e necessaria diminuzione del circolante auto in Europa e soprattuto in Italia del 30% comporta una modificazione assoluta del modo di vendere auto e dei target relativi.
Gli sharing a flusso libero sono un potenziale importantissimo per consentire la diminuzione del circolante consentendo alle aziende di produzione automobilistica di continuare a fare reddito.
Stellantis, nata dalla fusione tra FCA group (FIAT + Chrysler) e la francese PSA (Opel, Peugeot, Citroen), ha recentemente acquisito, tramite la partecipata FreetoMove, ShareNow, già nata dalla fusione tra le società di sharing auto CarToGo (Mercedes-Smart) e DriveNow (BMW). Si tratta di sofisticati sistemi di sharing di auto, presenti nelle principali città europee e anche in Italia a Milano e Roma al momento, attraverso le cui app è possibile salire su un auto dove la si trova e lasciarla attorno al luogo di destinazione, con una tariffazione a minuti.
Infine va incentivato la sharing auto, sia nella medio-lunga percorrenza, vedi piattaforme come Blablacar, sia per quanto riguarda lo sharing tra colleghi delle proprie auto per il raggiungimento del luogo di lavoro. ricordo già trenta anni fa negli Stati Uniti una corsia preferenziale sulle tangenziali e le strade ad alto scorrimento, riservata alle auto con almeno tre persone a bordo. Le auto su questa corsia evitavano chilometri (miglia) di code.
Concludendo, la trasformazione non può essere solo quella dell’introduzione forzata dell’elettrico, ma si rende necessaria una vera e propria rivoluzione sociale e culturale, che non potrà avvenire senza una profonda innovazione strutturale da parte di governi e enti locali.


Quest’immagine colpisce. Questa persona, che per nessun motivo vorrebbe che la definissi ragazza, ha deciso di rimuovere dal suo corpo ciò che la faceva apparire femmina, il seno.
eiterin, il movimento no gender richiede di introdurre nella grammatica il suffisso x, nel quale si possano riconoscere queste persone e con il il quale ci si debba loro rivolgere.