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Gender identity

Nel 2016 veniva approvata in Italia la legge Cirinnà, che ha disciplinato legalmente le coppie di fatto, etero e omosessuali. Sembrava e veniva fatta apparire come una legge quasi avveniristica.

In realtà, mentre si arrivava finalmente all’approvazione di questa legge, la cui importanza non si discute, il mondo era talmente cambiato da far apparire questa normativa quasi vecchia, lontana dalle necessità e richieste che le emergenze sociali richiedevano.

Mentre ci si accingeva a votare una legge che legittimasse dal punto di vista dei diritti civili le differenze nell’orientamento sessuale, si era manifestato da tempo un movimento che era andato ben oltre, manifestando la propria volontà di non appartenere ad alcuno dei sessi, rifiutando anche l’appellativo di omosessuale.

La psicologia moderna ha definito questo disagio come gender disphoria.

Il movimento no gender queer è ormai estremamente diffuso, soprattutto nell’Europa centrale e del Nord e al di fuori del continente europeo.

Quest’immagine da me scattata al gay pride di Berlino quest’anno è probilmente emblematica di questo fenomeno sociale. La cultura del XX secolo ci ha forse abituati a una chirurgia additiva; non ci stupisce un seno rimodellato da una donna e ci siamo abituati a vedere i prosperosi seni protesici dei transgender.

0A7A8943 1.jpgQuest’immagine colpisce. Questa persona, che per nessun motivo vorrebbe che la definissi ragazza, ha deciso di rimuovere dal suo corpo ciò che la faceva apparire femmina, il seno.

Sembrerà constrastare con le sue unghie curate, lunghe, resinate a smaltate arcobaleno, ma così non è. È proprio questo contrasto di opposti a portarci lontano da una qualsiasi etichetta di genere.

Questa mastectomia è una delle forme di body modification. Tatuaggi e piercing sono le più note, ma esistono poi le forma di modificazione del corpo come la modellazione di forme siliconiche sotto la pelle, la dilatazione del lobo dell’orecchio, la biforcazione della lingua, fino al branding (marchiatura a caldo) e alla scarificazione, che prevede il disegno permanente sulla pelle attraverso l’incisione della pelle e la conseguente creazione di cicatrici, scars, appunto.

Gran parte di queste modificazioni hanno origine antichissime, praticate per ragoni sessuali o di appartenenza dalle generazioni aborigene, ma il modo e il fine della loro pratica odierna rileva dal punto di vista sociale, etico, culturale e economico.

La variazione di genere, transgendering, è qualcosa di ormai accettato e regolato dalle legislazioni dei vari Paesi. Un percorso assistito, in termini sociali e psicologici, che spesso dura diversi anni, attraverso il quale avviene il cambio di genere, morfologico e anagrafico.

Il rifiuto del genere non ha attualmente alcuna disciplina. Una persona geneticamente femminile può autonomamente decidere di procedere chirurgicmente alla asportazoine del seno, come una di genere maschile lo può fare con i testicoli. Due simboli rispettivamente della femminilità e della mascolinità.

Dal punto di vista etico si pone pertanto la necessità di comprendere se queste forme di modificazione necessitino di un percorso propedeutico o possano essere completamente libere.

Culturalmente, il rifiuto del genere comporta modificazioni linguistiche e di costume. In Germania, dove si utilizza il suffisso in se una professione viene svolta da una donna o viene lasciato finre in se si tratta di un uomo, mitarbeiter-mitarb0A7A9007.jpgeiterin, il movimento no gender richiede di introdurre nella grammatica il suffisso x, nel quale si possano riconoscere queste persone e con il il quale ci si debba loro rivolgere.

Rimane in fine la riflessione sul profilo socioeconomico. Lo scorso secolo e questo contemporaneo sono stati caratterizzati da globalizzazione e denatalità. I processi migratori stanno lentamente portando al fenomeno della dispersione etnica. Tutto ciò, sia voluto o meno dal capitalismo neoliberista, come vorrebbero diverse teorie, rischia di portare a una perdita di identità delle nazioni.

Il rifiuto del genere comporta inoltre la modificazione delle pratiche sessuali verso forme sempre meno procreative, incrementando il processo di denatalità. Per questa ragione molte nazioni, in particolar modo dove il fenomeno è più diffuso, hanno adottato politiche fortemente incentivanti la natalità.

La diminuzione delle nascite non può che comportare infatti nel lungo periodo una dimimuzione della capacità delle nazioni di creare forza lavoro interna, con conseguente riduzione del prodotto interno lordo, e la necessità di ricorrere a lavoratori immigrati si rende non solo obbligatorio ma necessario.

Credo sia necessario allungare la prospettiva di riflessione oltre la formalizzazione delle coppie di fatto, anche se le risposte non saranno certo facili da trovare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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