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Italia. Dalla Milano da bere al covid

Oggi mi è capitata sott’occhio questa foto. Milano, 1985, all’ombra del duomo e sotto la madonnina i 12 maggiori stilisti italiani.

Da sinistra, Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paole Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Luciano Soprani.

Il boom economico, l’Italia capitale della moda, grandi quote export, la Milano da bere.

L’Italia ai tempi di Craxi e della prima repubblica. PIL a 452 miliardi di dollari, al quinto posto nel mondo, subito dopo Germania e Francia, inflazione al 12%, rapporto deficit/PIL 80,53, esportazioni per 96 miliardi di dollari. Nel 1986 il PIL cresce del 34% e passa a 617 miliardi di dollari. Sono i tempi del G6. USA, Giappone, Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna.

L’Italia deve passare dalla distruzione della prima repubblica che porta alla seconda e alla monarchia berlusconiana con la coda delle tecnocrazie e del renzismo.

La maggioranza dei cinquestelle segna di fatto la fine della seconda repubblica e l’inizio di una nuova fase che di fatto muore con il divorzio Lega/5stelle e la nascita del Conte bis come ripescaggio di una figura mediocre che era servita di sola facciata a coprire una reale premiership Di Maio/Salvini.

L’Italia si trova ad affrontare l’emergenza covid con uno dei governi più deboli e meno preparati nella storia, con un quadro economico decisamente diverso da quello del 1985.

Il debito pubblico è salito a agosto 2020 a 2579 miliardi di euro, con un rapporto debito/PIL che sale a 142. I ratings dell’Italia sono passati dagli AAA del 1985 ai BBB con outlook negativo del 2020, indici che pongono l’Italia al 61° posto mondiale, subito dopo la Bulgaria e subito prima di Andorra.

In termini banali, l’Italia ha un debito pari a una volta e mezza il suo reddito, quindi deve indebitarsi per pagare gli interessi sul suo stesso debito, in un quadro in cui i dati di crescita per il 2020 e successivi sono negativi.

La previsione per il PIL 2020 vede una decrescita del 10,5% e una possibile crescita nel 2021 del 5,4% (dati OCSE). Ciò significa che nella più ottimistica delle ipotesi ci vorrano due anni per tornare al PIL 2019. È come se tutto si fosse fermato per due anni.

Nel frattempo gli indicatori, secondo uno studio del Lab24 de “il Sole 24 ore”, vanno oltre ogni possibile pessimistica previsione. IL numero dei voli interni è diminuito del 47%, le prenotazioni di ristoranti sono a meno 46%, mentre le ore di cassa integrazione sono salite del 776%.

L’occupazione complessiva è scesa, tra il luglio 2020 e lo stesso periodo del 2019, di circa 2 milioni di unità, quella giovanile di 500 mila unità, senza considerare il lavoro sommerso, che è stato il primo a risentire della pandemia.

Tutto il mondo dell’intrattenimento, cinema, teatri, concerti e eventi culturali è ibernato e il comparto turistico vede una previsione di calo per il 2020 di 37 milioni di visitatori internazionali e 16 milioni di nazionali.

L’unica voce che vede un incremento è quella delle richieste di crediti da parte delle famiglie, che segna un incremento del 140% rispetto al periodo pre covid.

Gli ammortizzatori sociali non possono essere ulteriormente utlizzati perché le risorse finanziarie per la Cassa integrazione sono in via di esaurimento e i fondi UE non possono e non devono essere utilizzati a copertura del deficit INPS.

Sulla base di questi dati non è possibile andare verso un nuovo lockdown totale, che porterebbe a una inevitabile e definitiva crisi del paese e alla conseguente bancarotta.

Nel frattempo è necessario costruire delle modifiche strutt

urali e sistemiche che i governi delle neorepubbliche non sono in grado di realizzare, nemmeno ricorrendo a task force, commissari o stati di emergenza.

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