
È strano, siamo stati abituati a crisi di governo che si succedevano ogni sei mesi dal dopo guerra, e adesso che ci troviamo il peggior governo nella storia della Repubblica con un premier che pur tra cambi di fronte dura da tre anni, nel peggior momento della storia stessa del paese, abbiamo timore di una crisi.
Prendo dalla Treccani, crisi: in senso più concreto, ogni situazione, più o meno transitoria, di malessere e di disagio, che in determinati istituti, aspetti o manifestazioni della vita sociale, sia sintomo o conseguenza del maturarsi di profondi mutamenti organici o strutturale.
Ecco, una crisi non è qualcosa di negativo, ma uno stimolo alla soluzione di problemi e al miglioramento della situazione in generale.
Abbiamo un triste primato europeo per quanto riguarda i decessi da Covid, un governo che non è capace di prendere decisioni che possano tentare di dare non una soluzione, ma almeno un rimedio.
A questa catastrofe il governo risponde con ennesimi reiterati provvedimenti che non sono del Parlamento, non sono del governo, ma del presidente del consiglio dei ministri.
L’invenzione è, dopo lunghe trattative con le Regioni, un’Italia arlecchinata multicolore da un bianco inesistente al rosso, con una normativa che rende complessa la spiegazione ai cittadini, nonostante lo sforzo dei media.
E in questo paradosso ci sono Regioni che impugnano le decisioni del ministero della salute al TAR e vedono il loro colore cambiare non perché il TAR lo abbia deciso, ma per il timore del governo stesso di una sentenza del TAR.
Ci sono genitori che impugnano le stesse decisioni al TAR, costringendo governatori di Regioni a dover emettere nuove ordinanze per fare in modo che la didattica a distanza possa proseguire.
In questo quadro la chimera di una vaccinazione al 70% della popolazione entro un anno svanisce senza pietà. I vaccini Pfizer vengono consegnati in un numero talmente esiguo da non rendere possibile il richiamo per chi ha ricevuto la prima dose. Ci si rifugia nella speranza di ricevere il vaccino AstraZeneca, ma questa annuncia riduzioni del 60%, pur senza aver mai ricevuto una certificazione dell’ EMA, che renderebbe la distribuzione possibile.
L’unica certezza, al momento, è che le vaccinazioni procedono a ventottomila al giorno, e che del primo milione e seicento mila dosi ricevute quattrocentomila sono state inoculate a chi non ne aveva diritto, sacrificando il personale sanitario che ha già subito gravi perdite a causa della pandemia.
Ventottomila al giorno sono meno di cinquecentomila vaccinati al mese, sei milioni all’anno, ciò significa che per raggiungere l’auspicata immunità di gregge con vaccinato il settanta per cento della popolazione servirebbero sette anni.
Nel frattempo i morti aumentano, le terapie intensive rimangono così affollate da non garantire l’accesso a chi potesse averne necessità. Le strutture ospedaliere sono talmente sovraccaricate da bloccare l’accesso ai propri strumenti di analisi e cura a tanti altri malati di patologie anche queste mortali, dalle oncologiche alle cardiache.
L’economia è in crisi, il terziario sta morendo, vittima di una programmazione che non esiste e di decisioni che arrivano, pur non chiare, quando non serve più.
Noi tutti, un po’ al giorno, ci spegniamo nell’affrontare una vita che lentamente ci impoverisce, non solo economicamente.
Ci sono momenti in cui la crisi, considerata come momento di analisi e miglioramento, è necessaria.
Non amo tutto ciò che riporta a Renzi, perché anche in questo caso il complesso dell’imperatore dell’uomo ha portato a ridurre un necessario stimolo alla discussione politica all’ennesimo tatticismo volto all’occupazione del potere, ma a quest’uomo deve pur essere riconosciuto il merito di aver parlato di politica, tra i pochi o solo, e di aver stimolato una crisi necessaria.
Le crisi non si risolvono con i numeri, si risolvono attraverso i mutamenti, le modificazioni, a volte radicali, sarebbe un peccato perderne l’opportunità.