
Si fa un gran discutere negli ultimi tempi su un insperato aumento del PiL in Italia, che potrebbe superare il 6% già nel 2021.
Inutile sottolineare che il trend è influenzato dall’immissione dei capitali europei per il rilancio alle economie nel periodo post Covid, a patto che si possa usare il termine post, e dall’auspicio che il PNRR possa portare ai risultati sperati e che i contributi non si disperdano in restauri di facciate dal costo decuplicato e da innaturali aumenti dei prezzi sia dei beni durevoli che di quelli di consumo.
Giorgio Parisi, nobel per la fisica nel 2021, è intervenuto di recente a porre dei seri dubbi sull’importanza della crescita del PiL e sul fatto che questo possa essere ancora considerato un reale indicatore di benessere.
Per anni, dalla rivoluzione industriale, il mondo ha continuato a aumentare la produzione, prima nei beni poi nei servizi, creando nuove spinte al consumo per riuscire a vendere tutti i beni e servizi che instancabilmente venivano prodotti, poi, quando la propensione al consumo è diminuita e la concorrenza è aumentata, anche con l’intervento di nuovi competitori esteri dove sia costi della materia prima che del lavoro erano inferiori, il mondo della produzione ha dovuto fare i conti con il sistema dei prezzi, apportando notevoli e traumatiche riduzioni di costi di produzione, spesso anche di profitto e di relativo utile, con significative ripercussioni sociali che non hanno certo contribuito a migliorare la qualità della vita.
Proprio oggi termina la COP26 di Glasgow, che ha visto le potenze mondiali impegnate, chissà poi quanto realmente, a trovare soluzioni ai danni che le ultradecennali crescite del PiL hanno provocato al pianeta.
Il problema sta proprio qui, il PiL è lordo, è un valore lordo di una serie di costi economici e sociali che non possono non essere valutati se si vuole fare una seria pianificazione politica.
Abbiamo realmente bisogno di tutti i beni e servizi che vengono ceduti, o a volte vengono create necessità fittizie per poter aumentare il PiL, è davvero positivo ridurre il tempo di obsolescenza di un bene semidurevole, aumentando il ciclo di produzione, ma allo stesso tempo creando nuovo inquinamento? Qual’è il prezzo che a volte inconsapevolmente paghiamo, ma molte volte consapevolmente? Quanto senso ha continuare ad aumentare la produzione, se la ricchezza che ne deriva finisce poi sempre in un minor numero di mani, creando nuove povertà, disagio e violenza sociale, anche in termini di nuova delinquenza.
La corsa all’aumento del PiL è un’illusione, più opportuno sarebbe considerare indicatori come il GPI, il general progress indicator, l’indicatore del progresso reale, che non segue sempre in modo direttamente proporzionale la crescita economica e del conseguente PiL, ma guarda il reale benessere della società.
È come se in una famiglia entrassero più risorse, vuoi per un aumento di stipendio del capo famiglia, vuoi per una nuova attività lavorativa assunta da uno dei componenti della famiglia. Certo, il reddito lordo sarebbe aumentato, ma a quali nuovi costi? Una diminuita disponibilità di tempo libero, di tempo da poter dedicare ai propri figli, magari con la conseguente necessità di trovare aiuto in una persona che debba assolvere ai compiti che il genitore per motivi di tempo non riesce più a sostenere, con la conseguenza che l’aumento di reddito potrebbe essere impiegato solo per pagare una babysitter. Un maggior reddito con una minore capacità di spenderlo per motivi di tempo, meno svaghi, meno vacanze, una diminuita velocità di circolazione del generale e una comunque diminuita qualità della vita.
La terza guerra mondiale, che è la lotta contro il Covid, è un trauma che, come tutti i traumi, deve portare a riflessioni positive, non riflettere sulla chimera del PiL sarebbe un’occasione sprecata.
