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La rivoluzione elettrica, una falsa illusione

La necessità di ridurre le emissioni in atmosfera per ridurre l’inquinamento è una necessità incontrovertibile sulla quale solo qualche negazionista della Shoah può non trovarsi d’accordo.

Al di là dell’inquinamento da fonti di produzione industriale, il traffico di auto e mezzi pesanti contribuisce in gran parte alle emissioni.

La soluzione sembra essere fissata nella UE, con lo stop alla vendita di auto con motori a combustione, benzina, gasolio, metano, i così detti veicoli endotermici, nel 2035.

Certo, questo potrebbe contribuire a una parziale soluzione del problema, ma , anche se l’alimentazione elettrica fosse la strada maestra, nonostante i problemi di autocombustione di batterie al litio e di successivo smaltimento una volta esauste, qual è la strada per arrivare al 2035 e per gestire gli anni successivi?

Dai dati dell’ ACI emerge che il parco auto circolante in Italia, oltre 40 milioni di autovetture, è costituito per oltre un terzo da veicoli di categoria inferiore o uguale a Euro 3, immatricolate quindi prima del 2006 e prive di filtro antiparticolato. Quasi il 10% del circolante è stato immatricolato prima del 1993, quindi Euro 0. In Campania la percentuale di auto con oltre 30 anni sale al 17.5%.

Dai dati ACI del 2022 appare inoltre che le auto ecologiche costituiscano meno del 10% del circolante er quanto riguarda GPL e metano, 3,9% siano le ibride, solo lo 0.4% le elettriche.

L’Italia è il fanalino di coda per numero di auto elettriche circolanti, 118mila, contro le 618mila della Germania, che ha un circolante procapite più basso, i 465mila della Norvegia e i 402mila della Francia.

Ora, considerati questi numeri,  pensiamo davvero di poter arrivare in Italia a vendere solo auto elettriche nel 2035?

Ammesso di riuscirci, nonostante una infrastruttura di ricarica che fa fatica a decollare in Italia e che è essenziale alla diffusione del sistema, pensiamo davvero che un parco auto esistente così obsoleto possa essere rapidamente sostituito da automezzi elettrici che oggi costano non meno di 35mila euro?

La risposta non può che essere no. Ci troveremo in una situazione in cui ci saranno un circolante di auto acquistate prima del 2035 pari a non meno dell’80% e, forse, nel giro di qualche anno, con una percentuale di auto elettriche vicina al 20%, per non parlare dei veicoli commerciali e del traffico su gomma non sostituito dal trasporto ferroviario a basso inquinamento.

Ma può essere davvero questa la soluzione del problema? No, non lo è, e facciamo finta di non vederlo.

La direzione nella quale ci si deve muovere non può che essere la riduzione del circolante auto, della quale è difficile parlare in un paese le cui politiche economiche si sono sposate per decenni con un gruppo industriale automobilistico e in cui il possesso di una auto costituisce ancora uno status.

L’Italia vanta un primato europeo di numero di auto pro capite, 663 auto per 1000 abitanti, e si badi bene che il campione è costituito dal numero totale di abitanti, quindi compresi i minori che non possono né possedere né guidare un auto. Corrisponde a un auto per ogni patente.

Siamo secondi solo al Lussemburgo, con 681/1000, ma il cui primato è determinato non solo dalla importante ricchezza pro capite, ma anche dal fatto che molti transfrontalieri che lavorano in Lussemburgo registrino per motivi fiscali le auto in quel paese.

La Germania ha 574 auto per 1000 abitanti, l’Austria 562. Nei centri più importanti e popolati il numero scende ancora, Berlino città Land ha solo 337 auto per 1000 abitanti. Ciò vuol dire che una famiglia tipo di 4 persone possiede una sola auto e che molti single o dink non la usano.

È necessaria una rivoluzione culturale, sociale, urbanistica, che ribalti il concetto di mobilità diminuendo la necessità di possedere un auto. Si deve passare dal garantire il possesso di un auto per per raggiungere il posto di lavoro al garantire il raggiungimento del luogo di lavoro attraverso un sistema di trasporto efficiente. Certo, anche in questa direzione è necessario demolire il concetto di auto-status.

Come? La creazione di reti ciclabili urbane e di collegamento tra città e periferia diventa fondamentale. Lo dimostra il grande sforzo che stanno facendo in questo senso grandi città europee, soprattuto Parigi, dove anche grazie al tempo mite tutto l’anno la bicicletta può rappresentare un mezzo di spostamento tutto l’anno. Berlino e Copenaghen sono già molto avanti in questo da anni e, nonostante climi più freddi si gira in bicicletta tutto l’anno e, durante i periodi più freddi, le ciclabili sono le prime a essere raggiunte dai mezzi spargisale.

Le reti ciclabili devono disegnare percorsi semplici, agili, più brevi di quelli per lo spostamento in uguali distanze in auto. Devono essere sicure, con impianti semaforici dedicati e protezione delle corsie, per consentire l’uso anche a genitori con uno o più bambini sui cicli dedicati o sui carrelli appendice. 

La nuova urbanistica deve progettare città con hub di scambio tra trasporto pubblico e parcheggi e noleggi di biciclette, anche a pedalata assistita, luoghi di sharing auto.

Certo, per raggiungere questo risultato deve essere scoraggiato l’uso della propria auto, soprattutto quando non ecologica. È di questi giorni la notizia dell’introduzione della ULEZ, Ultra Low Emission Zone, a Londra, che esclude gran parte dei veicoli a motore termico, salvo il pagamento di 12 sterline al giorno, Un costo di certo superiore a quello dell’uso dei mezzi pubblici.

Anche Milano si è dimostrata molto coraggiosa, introducendo una vasta Area B, dove è assolutamente vietato il traffico ai veicoli già inquinanti, quasi tutti quelli a gasolio. Qui non è nemmeno previsto il pagamento per l’ingresso a questi veicoli.

Rimane il problema del costo molto elevato di un auto elettrica nuova, non accessibile da gran parte delle famiglie. L’alternativa potrebbe essere quella di noleggi a breve e lungo periodo, comprensivi dei costi per la ricarica di energia, anche di veicoli fine del primo ciclo di noleggio, considera l’alta percorrenza di cui sono capaci i motori elettrici, molto più longevi di quelli termici.

Una prevedibile e necessaria diminuzione del circolante auto in Europa e soprattuto in Italia del 30% comporta una modificazione assoluta del modo di vendere auto e dei target relativi.

Gli sharing a flusso libero sono un potenziale importantissimo per consentire la diminuzione del circolante consentendo alle aziende di produzione automobilistica di continuare a fare reddito.

Stellantis, nata dalla fusione tra FCA group (FIAT + Chrysler) e la francese PSA (Opel, Peugeot, Citroen), ha recentemente acquisito, tramite la partecipata FreetoMove,  ShareNow, già nata dalla fusione tra le società di sharing auto CarToGo (Mercedes-Smart) e DriveNow (BMW). Si tratta di sofisticati sistemi di sharing di auto, presenti nelle principali città europee e anche in Italia a Milano e Roma al momento, attraverso le cui app è possibile salire su un auto dove la si trova e lasciarla attorno al luogo di destinazione, con una tariffazione a minuti.

Infine va incentivato  la sharing auto, sia nella medio-lunga percorrenza, vedi piattaforme come Blablacar, sia per quanto riguarda lo sharing tra colleghi delle proprie auto per il raggiungimento del luogo di lavoro. ricordo già trenta anni fa negli Stati Uniti una corsia preferenziale sulle tangenziali e le strade ad alto scorrimento, riservata alle auto con almeno tre persone a bordo. Le auto su questa corsia evitavano chilometri (miglia) di code.

Concludendo, la trasformazione non può essere solo quella dell’introduzione forzata dell’elettrico, ma si rende necessaria una vera e propria rivoluzione sociale e culturale, che non potrà avvenire senza una profonda innovazione strutturale da parte di governi e enti locali.

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Italia. Dalla Milano da bere al covid

Oggi mi è capitata sott’occhio questa foto. Milano, 1985, all’ombra del duomo e sotto la madonnina i 12 maggiori stilisti italiani.

Da sinistra, Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paole Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Luciano Soprani.

Il boom economico, l’Italia capitale della moda, grandi quote export, la Milano da bere.

L’Italia ai tempi di Craxi e della prima repubblica. PIL a 452 miliardi di dollari, al quinto posto nel mondo, subito dopo Germania e Francia, inflazione al 12%, rapporto deficit/PIL 80,53, esportazioni per 96 miliardi di dollari. Nel 1986 il PIL cresce del 34% e passa a 617 miliardi di dollari. Sono i tempi del G6. USA, Giappone, Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna.

L’Italia deve passare dalla distruzione della prima repubblica che porta alla seconda e alla monarchia berlusconiana con la coda delle tecnocrazie e del renzismo.

La maggioranza dei cinquestelle segna di fatto la fine della seconda repubblica e l’inizio di una nuova fase che di fatto muore con il divorzio Lega/5stelle e la nascita del Conte bis come ripescaggio di una figura mediocre che era servita di sola facciata a coprire una reale premiership Di Maio/Salvini.

L’Italia si trova ad affrontare l’emergenza covid con uno dei governi più deboli e meno preparati nella storia, con un quadro economico decisamente diverso da quello del 1985.

Il debito pubblico è salito a agosto 2020 a 2579 miliardi di euro, con un rapporto debito/PIL che sale a 142. I ratings dell’Italia sono passati dagli AAA del 1985 ai BBB con outlook negativo del 2020, indici che pongono l’Italia al 61° posto mondiale, subito dopo la Bulgaria e subito prima di Andorra.

In termini banali, l’Italia ha un debito pari a una volta e mezza il suo reddito, quindi deve indebitarsi per pagare gli interessi sul suo stesso debito, in un quadro in cui i dati di crescita per il 2020 e successivi sono negativi.

La previsione per il PIL 2020 vede una decrescita del 10,5% e una possibile crescita nel 2021 del 5,4% (dati OCSE). Ciò significa che nella più ottimistica delle ipotesi ci vorrano due anni per tornare al PIL 2019. È come se tutto si fosse fermato per due anni.

Nel frattempo gli indicatori, secondo uno studio del Lab24 de “il Sole 24 ore”, vanno oltre ogni possibile pessimistica previsione. IL numero dei voli interni è diminuito del 47%, le prenotazioni di ristoranti sono a meno 46%, mentre le ore di cassa integrazione sono salite del 776%.

L’occupazione complessiva è scesa, tra il luglio 2020 e lo stesso periodo del 2019, di circa 2 milioni di unità, quella giovanile di 500 mila unità, senza considerare il lavoro sommerso, che è stato il primo a risentire della pandemia.

Tutto il mondo dell’intrattenimento, cinema, teatri, concerti e eventi culturali è ibernato e il comparto turistico vede una previsione di calo per il 2020 di 37 milioni di visitatori internazionali e 16 milioni di nazionali.

L’unica voce che vede un incremento è quella delle richieste di crediti da parte delle famiglie, che segna un incremento del 140% rispetto al periodo pre covid.

Gli ammortizzatori sociali non possono essere ulteriormente utlizzati perché le risorse finanziarie per la Cassa integrazione sono in via di esaurimento e i fondi UE non possono e non devono essere utilizzati a copertura del deficit INPS.

Sulla base di questi dati non è possibile andare verso un nuovo lockdown totale, che porterebbe a una inevitabile e definitiva crisi del paese e alla conseguente bancarotta.

Nel frattempo è necessario costruire delle modifiche strutt

urali e sistemiche che i governi delle neorepubbliche non sono in grado di realizzare, nemmeno ricorrendo a task force, commissari o stati di emergenza.

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Il vecchio Friedman e il nuovo virus

La pandemia da coronavirus ha dimostrato, ce ne fosse stato ancora bisogno, il fallimento totale delle politiche liberiste e di tutto il friedmanesimo.

Anche il numero dei morti uguaglia quello delle vittime del cono del sud in America latina, alla fine del secolo scorso, a seguito dell’adozione del modello di shock di Friedman.

Certo, oggi non si tratta di assassini di stato o deportazioni, ma l’elevato numero di vittime è in gran parte dovuto al taglio delle spese per il welfare e la sanità che molti governi hanno adottato seguendo teorie liberiste.

Lo stesso MES, di cui si parla molto oggi, è un meccanismo che ha pericolosamente portato a risultati di natura liberista. Tagli alla spesa pubblica quasi sempre nei settori della sanità, delle pensioni, della scuola, privatizzazioni pericolose del sistema sanitario, come avvenuto in Lombardia, dove la privatizzazione del sistema sanitario voluta da Formigoni non può non essere una concausa dell’alto numero di vittime registrate.

Non rimane che auspicare che questa tragedia porti a una revisione totale delle politiche governative, anche se gli avvenimenti di questi ultimi giorni non lo fanno sperare.

L’impressione è quella di un governo incapace di una visione prospettica, di preparare un modello per quella che viene definita la fase 2.

Il modello di comunicazione, dalle conferenze stampa della protezione civile ai comunicati via facebook o a reti unificate tv del presidente del consiglio, oltre che all’attività di polizia sulle strade, non fanno altro che creare allarme a terrore sulla popolazione, nel tentativo di far digerire più agevolmente i sacrifici richiesti.

Il crollo del friedmanesimo che questa pandemia ha comportato, ha dimostrato che un sistema sanitario impoverito diventa pericoloso anche per la classi benestanti in situazioni di questo genere.

Non si comprende perché, in paesi come l’Italia, dove lo Stato è povero ma ci sia ancora molta ricchezza nei privati, ci sia ancora tanta avversione verso una imposizione patrimoniale che potrebbe portare a un nuovo equilibrio.

I provvedimenti del governo tesi a dare nuova liquidità al sistema impresa sono dei prestiti più accessibili per la grande impresa che per la medio-piccola, per la quale queste erogazioni comporteranno un debito difficile da ripagare.

Non può che essere il momento per una moratoria dei debiti verso lo stato di privati e imprese, di una revisione del sistema fiscale che, come in altri paesi UE, deve essere svolta in modo predeterminato rispetto alla formazione dei flussi, e non basato sul difficile controllo dei flussi stessi.

Ogni shock va trasformato in una opportunità.

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Coronavirus. Tante incertezze, ma alcune certezze

A un mese dal manifestarsi del Coronavirus in Italia abbiamo molte incertezze, ma abbiamo imparato che:

Siamo il paese con più morti in assoluto di tutto il mondo

Forse ci supereranno gli USA, che hanno però una popolazione 6 volte superiore alla nostra, con alta densità nei centri urbani

Non abbiamo ancora ricevuto delle mascherine che ci possano proteggere. Cosa ancora più grave, non le hanno ricevute in tempo operatori sanitari, che hanno pagato con la vita questo ritardo

Le mascherine inviate dalla Protezione civile agli Ordini dei Medici provinciali non sono per uso sanitario

Se continui a togliere alla sanità in termini di mezzi e risorse arriva il momento in cui questi sacrifici li paghi

Abbiamo un numero di posti letto nelle terapie intensive che regge a mala pena le necessità ordinarie

Abbiamo dovuto sacrificare migliaia di anziani, che sarebbero stati contenti di continuare a vivere per diversi anni ancora

Abbiamo tanti giovani costretti a convivere con i loro genitori, perché il sistema non riesce a garantire al 30% di loro una occupazione

Viviamo in uno stato impoverito, che non riesce a far fronte al fabbisogno ordinario, tantomeno a quello straordinario

L’INPS ha quanto meno un sistema informatico obsoleto e incapace di reggere importanti flussi di dati

Ciò che è stato fatto di importante, ospedale Fiera Milano, nuovo reparto terapia intensiva San Raffaele, è stato reso possibile solo grazie a donazioni di privati. La stessa Protezione civile si sta affidando alle donazioni per poter proseguire la propria attività

Le Regioni hanno lavorato in modo migliore del Governo, indicando al Governo stesso misure e provvedimenti che questo faceva fatica intraprendere

Si stima che il 30% delle attività del terziario non riusciranno a riaprire dopo il lock down o saranno costrette a chiudere nel breve per difficoltà finanziarie, se non arriveranno moratorie sui debiti. Ciò comporterà un incremento della disoccupazione

Ci sono attualmente in Italia 80.000 contagiati tamponati. Non esiste al momento una previsione certa di quando potremo arrivare a un contagio zero, ma dalle curve di paesi più virtuosi nella gestione dell’emergenza non è possibile ipotizzare meno di tre settimane

Quando saranno allentate le misure di contenimento, se è vero che, come stimato in via ottimistica, ad ogni contagiato tamponato ne corrispondono altri dieci non monitorati, avremo per strada 800.000 contagiati. Guardiamo quanto sta accadendo in Cina, Singapore, Hong Kong.

La fase 2 deve iniziare adesso

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I nuovi scenari del coronavirus

Fino a qualche giorno fa si guardava alle cifre generali del contagio e il superamento della soglia dei centomila contagi faceva già impressione. Oggi nel mondo si sono superati i settecentomila contagi e nel giro di qualche giorno si arriverà a un milione.

Con questo trend è difficile sperare di poter rimanere in Italia sotto i ventimila decessi nel corso del prossimo mese di Aprile.

Gli Stati Uniti prevedono di poter arrivare a duecentomila morti a seguito del contagio da Covid-19.

Rimangono le incognite di Sud America e Africa, dove il contagio, seppure in ritardo, sta arrivando, e potrebbe avere conseguenze più gravi che nel resto del mondo.

Sicuramente verrà prorogato l’isolamento in Italia per altre due settimane, poi probabilmente per altre due, ma non è ipotizzabile poter riprendere da maggio una vita anche solo dall’apparenza normale.

Il danno al sistema economico, dopo 6 settimane di lockdown sarà disastroso e non ci sono risorse finanziarie statali per ridare impulso all’economia e per gli ammortizzatori sociali necessari per le molte persone che si ritroveranno senza lavoro. La stessa capacità finanziaria dell’Europa è insufficiente, considerato che non sarà solo l’Italia a trovarsi in condizione di estrema difficoltà.

Nei prossimi mesi il mondo rischia di avere alcuni milioni di persone contagiate. Senza voler considerare i contagiati non tamponati e quindi non censiti, che potrebbe decuplicare il valore.

Solo un vaccino potrebbe fermare l’evoluzione, ma anche nell’ipotesi più fortunata, tra sperimentazione e produzione, una campagna di vaccinazione non potrebbe partire prima di un anno da adesso.

Oggi è il primo giorno di ora legale ed è faticoso vedersi allungare le giornate dovendo rimanere chiusi in casa.

Riusciremo a resistere dalla Pasqua in viaggio, con gli amici, ai picnic di pasquetta?

Riusciamo a pensare a un estate senza vacanze, senza mare, dopo due mesi chiusi in casa, con un portafoglio sempre più povero per tutti?

Per quanto tempo riusciremo ancora a divertirci sui cambi continui di autocertificazione e su quanto l’Italia non riesca a liberarsi da inutile burocrazia anche in simili situazioni?

Quanto tempo resisteranno senza logorarsi e strapparsi le bandiere sui balconi e gli arcobaleno con scritto sotto “andrà tutto bene”?

Quanto tempo riusciranno a resistere le vittime del lavoro nero del sud, che vedono questo come un virus arrivato dal nord, senza un soldo e senza sussidi?

Quanto tempo riusciremo a resistere senza voler correre il rischio di ammalarci?

Credo sia necessario iniziare a pensare a un modello di vita diverso, che non sia quello degli aperitivi, delle cene al ristorante o in pizzeria, ma nemmeno quello dell’essere costretti a stare chiusi in casa.

Bar, ristoranti, alberghi, turismo, lo stesso modo di praticare fitness o attività ludico sportiva vivranno momenti molto difficili.

Probabilmente chiuderanno tutte le compagnie low-cost e non sarà più così facile viaggiare come prima.

Dovremo rinunciare per diverso tempo al turismo degli stranieri, costretti a difenderci da una possibile recrudescenza del virus.

È necessario iniziare a pensare non giorno per giorno sulla base di dati spesso non attendibili, ma creare un modello politico di sviluppo economico e sociale sul medio periodo, che tenga conto della realtà della situazione, senza false illusioni.

Rimane questa la sfida più complicata.

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Gender identity

Nel 2016 veniva approvata in Italia la legge Cirinnà, che ha disciplinato legalmente le coppie di fatto, etero e omosessuali. Sembrava e veniva fatta apparire come una legge quasi avveniristica.

In realtà, mentre si arrivava finalmente all’approvazione di questa legge, la cui importanza non si discute, il mondo era talmente cambiato da far apparire questa normativa quasi vecchia, lontana dalle necessità e richieste che le emergenze sociali richiedevano.

Mentre ci si accingeva a votare una legge che legittimasse dal punto di vista dei diritti civili le differenze nell’orientamento sessuale, si era manifestato da tempo un movimento che era andato ben oltre, manifestando la propria volontà di non appartenere ad alcuno dei sessi, rifiutando anche l’appellativo di omosessuale.

La psicologia moderna ha definito questo disagio come gender disphoria.

Il movimento no gender queer è ormai estremamente diffuso, soprattutto nell’Europa centrale e del Nord e al di fuori del continente europeo.

Quest’immagine da me scattata al gay pride di Berlino quest’anno è probilmente emblematica di questo fenomeno sociale. La cultura del XX secolo ci ha forse abituati a una chirurgia additiva; non ci stupisce un seno rimodellato da una donna e ci siamo abituati a vedere i prosperosi seni protesici dei transgender.

0A7A8943 1.jpgQuest’immagine colpisce. Questa persona, che per nessun motivo vorrebbe che la definissi ragazza, ha deciso di rimuovere dal suo corpo ciò che la faceva apparire femmina, il seno.

Sembrerà constrastare con le sue unghie curate, lunghe, resinate a smaltate arcobaleno, ma così non è. È proprio questo contrasto di opposti a portarci lontano da una qualsiasi etichetta di genere.

Questa mastectomia è una delle forme di body modification. Tatuaggi e piercing sono le più note, ma esistono poi le forma di modificazione del corpo come la modellazione di forme siliconiche sotto la pelle, la dilatazione del lobo dell’orecchio, la biforcazione della lingua, fino al branding (marchiatura a caldo) e alla scarificazione, che prevede il disegno permanente sulla pelle attraverso l’incisione della pelle e la conseguente creazione di cicatrici, scars, appunto.

Gran parte di queste modificazioni hanno origine antichissime, praticate per ragoni sessuali o di appartenenza dalle generazioni aborigene, ma il modo e il fine della loro pratica odierna rileva dal punto di vista sociale, etico, culturale e economico.

La variazione di genere, transgendering, è qualcosa di ormai accettato e regolato dalle legislazioni dei vari Paesi. Un percorso assistito, in termini sociali e psicologici, che spesso dura diversi anni, attraverso il quale avviene il cambio di genere, morfologico e anagrafico.

Il rifiuto del genere non ha attualmente alcuna disciplina. Una persona geneticamente femminile può autonomamente decidere di procedere chirurgicmente alla asportazoine del seno, come una di genere maschile lo può fare con i testicoli. Due simboli rispettivamente della femminilità e della mascolinità.

Dal punto di vista etico si pone pertanto la necessità di comprendere se queste forme di modificazione necessitino di un percorso propedeutico o possano essere completamente libere.

Culturalmente, il rifiuto del genere comporta modificazioni linguistiche e di costume. In Germania, dove si utilizza il suffisso in se una professione viene svolta da una donna o viene lasciato finre in se si tratta di un uomo, mitarbeiter-mitarb0A7A9007.jpgeiterin, il movimento no gender richiede di introdurre nella grammatica il suffisso x, nel quale si possano riconoscere queste persone e con il il quale ci si debba loro rivolgere.

Rimane in fine la riflessione sul profilo socioeconomico. Lo scorso secolo e questo contemporaneo sono stati caratterizzati da globalizzazione e denatalità. I processi migratori stanno lentamente portando al fenomeno della dispersione etnica. Tutto ciò, sia voluto o meno dal capitalismo neoliberista, come vorrebbero diverse teorie, rischia di portare a una perdita di identità delle nazioni.

Il rifiuto del genere comporta inoltre la modificazione delle pratiche sessuali verso forme sempre meno procreative, incrementando il processo di denatalità. Per questa ragione molte nazioni, in particolar modo dove il fenomeno è più diffuso, hanno adottato politiche fortemente incentivanti la natalità.

La diminuzione delle nascite non può che comportare infatti nel lungo periodo una dimimuzione della capacità delle nazioni di creare forza lavoro interna, con conseguente riduzione del prodotto interno lordo, e la necessità di ricorrere a lavoratori immigrati si rende non solo obbligatorio ma necessario.

Credo sia necessario allungare la prospettiva di riflessione oltre la formalizzazione delle coppie di fatto, anche se le risposte non saranno certo facili da trovare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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